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25
aprile 2012

La cultura del lavoro, l’arte e la costituzione

Spesso ripenso all’art.1 della Costituzione italiana: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.” Lasciamo perdere la seconda parte, vista l’empasse della politica e della sua struttura (articolo del Corsera di oggi: Palazzo Chigi ha 4600 dipendenti!!!) perché tutte le volte che ripenso a questo articolo è: su che tipo di lavoro è fondata la Repubblica? Semmai dovremmo fondare la Repubblica sulla cultura del lavoro. Così facendo, metteremmo in primo piano l’aspetto culturale (paradossalmente patrimonio e tallone d’achille italiano), conseguentemente credo che si darebbe maggiore risalto alla qualità e alle necessità del lavoro perché possa essere svolto con dignità, rispetto e, non da ultimo, senso del dovere. La cultura del lavoro dovrebbe esserci in ogni campo. E credo fortemente debba essere un punto di svolta per il nostro Paese. Perché che senso ha se una nazione è fondata sul lavoro, ma se questo lavoro è fatto male, che senso ha? Questa è l’immagine che diamo all’estero, sì, l’italia si muove, ci si dà da fare, si arrabatta, ma lo fa sempre ad spannas. Oggi, ancor più di ieri, questo pericolo è alle porte, anzi si sta già diffondendo, perché le risorse sono sempre meno, perché mancano le infrastrutture, perché c’è la rava e c’è la fava…insomma, le possibilità si restringono. Questo a maggior ragione nel campo dell’arte, dove apparentemente non si produce. Dove fatichiamo a pensare all’arte come ad un’industria. Perché, e a ragione, l’arte è artigianato, l’arte è fatta di carne, sangue e pancia. Ma ciò non toglie che l’arte produce beni. L’arte produce coscienze (cos’è la coscienza? Dal dizionario etimologico: secondo la forza della parola latina significa “Sentimento che accompagna la scienza, e quindi si adopra genericamente per consapevolezza di ciò che avviene in noi.”). Produce quindi. Produce un bene primario e di massa, al pari del pane. Che si tratti di commedie leggere o tragedie shakespeariane o arte visiva la base comune rimane la medesima. Sviluppare coscienze. Un compito arduo e non da poco, un compito non da tutti, comunque. E alla base c’è proprio la cultura del lavoro. Il continuare a ricercare secondo un metodo, una metodologia che via via si affina mano a mano che si cresce come uomini e come artisti. Vi sono spettacoli costruiti sul nulla, senza una ricerca di fondo, magari anche ricchi di scenografie posticce, ma che non hanno verità e non sviluppano coscienze.

Qualcuno potrebbe obiettare che alcune forme d’arte sono di puro intrattenimento. Qualche giorno fa ho avuto una divertente discussione a cena proprio su questo punto: un ragazzo sosteneva che, “insomma, due palle l’arte…’sta parola è noiosa. Io vado al cinema o mi guardo un film comico perché voglio ridere. E stop. Ho le palle girate tutto il giorno per il lavoro e quando mi siedo sul divano voglio farmi due sane risate e non pensare a un c…a nulla”. Ineccepibile. Ha ragione. Gli ho solo ricordato che la commedia leggera, il comico, è nato, ai suoi albori, come motivo per ridere e sbeffeggiarsi del sistema (sia esso politico o dei costumi), e allora diventa arte. La risposta: “eh, vabbè…duemila anni fa!”…Eh, vabbè. Ma io non mi arrendo a questi “eh, vabbè”, sarebbe troppo facile e comodo. Fare teatro non è mettere in primo piano se stessi, mettere in primo piano l’attore, ma è mettere in primo piano lo spettacolo. L’attore è strumento per qualcosa d’altro, non è mettersi in mostra. Così come quando si va a vedere un concerto d’opera classica, non si va per vedere il violino e il violinista, ma per ascoltare della musica sublime. Fare teatro, fare arte non è lavorare ad spannas, senza metodologia, ma è lavorare per tentativi in modo da far quadrare il cerchio. È un lavoro certosino che ti insegna il rispetto per gli altri (anche quando non si è d’accordo e si può litigare, certo), il rispetto per qualcosa di più grande di te e il rispetto per la follia.

Riflessione da 25 aprile. Italia. 2012.

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1 Commento

Ciao Luca, visto con i miei occhi: un lavoro appassionato fa rifiorire la speranza anche negli ambienti più squallidi.
La passione presuppone dare valore e dignità a quello che stiamo facendo, pur nel nostro piccolo, per non arrivare a sera completamente svuotati!
Buon 1^ maggio, anche a tutte le persone che ora stanno lavorando nei centri commercali aperti! (e qui si potrebbe aprire un’altra riflessione)

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