Attori, cantastorie e memoria collettiva

Il 27 gennaio è il giorno della memoria. È il giorno dedicato ad una delle più grandi tragedie dell’Umanità. Quanto è importante il ricordo per l’essere umano? Ci sono eventi, date, periodi che passano alla storia, ma ci sono milioni di altre storie magari di minore importanza (ma non di minore profondità) che meritano di essere tramandate (Basti guardare ai giorni nostri e alla storia della nave Costa Concordia, del Comandante Schettino, del capo della sezione operative della Capitaneria di porto di Livorno De Falco e  di tutti i passeggeri ).

 Lo è fin dai tempi antichi: gli aedi, i cantastorie, i semplici messaggeri che portavano le notizie, le raccontavano. Del resto, anche l’Iliade e l’Odissea traggono origine dalla tradizione orale. In fin dei conti, colui che ha raccontato la prima storia è stato il primo attore.

Sfogliando le pagine di uno dei miei diari scritti durante gli anni dell’Accademia d’Arte, ho riletto questo, ve lo ripropongo:

[…] Entriamo in classe e la domanda che ci viene posta oggi è: che cos’è la recitazione? Ognuno risponde a suo modo, risposte random: essere qualcun altro, fare un personaggio, essere veri…mmm…

La seconda domanda che ci viene posta è: che cos’è un romanzo? Risposta secca: una storia. “Allora”, ci dice, “se un romanzo è una storia, che cos’è un testo teatrale?” Risposta all’unisono: una storia.

Altra domanda: “Che cos’è una sceneggiatura?” Ok, facile, lo sappiamo: è una storia. Lo stesso vale per la pubblicità..cos’è? Una storia in pillole. Bene, quindi, se tutte queste cose sono storie, chi le racconta? Gli attori…na! Gli scrittori/drammaturghi/autori? Na! E allora chi? I registi?! Na na na…I personaggi raccontano le storie…Personaggi che sono resi vivi e unici dalla personalizzazione degli attori. L’interpretazione quindi, nel suo nucleo, è raccontare una storia. Con unicità e necessità.”

Spesso noi attori ci facciamo prendere dai metodi di recitazione: il comportamentismo, la sensorialità, Stanislavskij, il ricordo emotivo, Strasberg, Meisner, Orazio Costa, Mejerchol’d e chi più ne ha più ne metta; ci facciamo prendere dall’ansia da prestazione (oddio cosa dirà il regista, oddio non riesco ad andare in profondità in quella parte, oddio ho il mal di gola stasera, la memoria vacilla in quel punto lì etc.); altre volte siamo semplicemente preoccupati di altre mille cose durante la replica (i cambiscena, l’uso degli oggetti, la parrucca che non deve cadere…) che ci dimentichiamo della cosa più importante: ossia che l’attore è lì per raccontare una storia, deve portarla avanti, deve far sì che essa proceda attraverso le sue azioni. Perché alla fine è ciò che conta, la storia.

D’altronde non è per questo che nasce un attore? Penso a me, al perché ho scelto questa professione. Fin da piccolo ho sempre avuto un gran piacere a sentire e a raccontare storie. Rimanevo fermo per ore a vedere una storia, un cartone animato, un film in tv, al cinema o a teatro. Mi affascinavano le storie, mi portavano altrove, mi facevano volare in un altra dimensione. E mi facevano riflettere, crescevo attraverso le storie. Mi ponevo domande sulle scelte del protagonist della storia e mi chiedevo che cosa avrei fatto io. È per questo, no, che si raccontano le favole ai bambini, per farli crescere attraverso l’immaginazione, attraverso la metafora e il gioco. Già, l’attore può assolvere anche a questa funzione educativa: che responsabilità! Non è una cosa da poco, se uno ci pensa. È una professione fighissima, quella dell’attore!

Ma le storie, nel corso dei secoli, non sono servite solo a questo. Pensate alle infermiere al capezzale dei soldati durante la guerra: a volte raccontavano loro delle storie per allitare i loro momenti di dolore o per rendere più dolce le ultime ore della loro vita. Anche questa funzione dell’arte del racconto non è da trascurare, anzi! Quante anima vengono in teatro per essere “purificate”! Io ci vado anche per questo, per purificare la mia anima. Quante volte sono uscito da un teatro e mi sentivo una persona migliore. Anche solo per aver visto la Bellezza in scena. (Una volta ho visto uno spettacolo russo di Cechov, uno Zio Vanja, ovviamente non avevo compreso un’acca dalle parole degli attori – non mastico cirillico – eppure avevo capito tutto, era uno spettacolo meraviglioso, dove la Bellezza la respiravi, uscito dalla sala, mi sono sentito una persona migliore, davvero). Non so se a voi è mai successo.

Ma torniamo a noi, mi piace raccontare storie perché ti rende, in qualche misura, immortale. Quando ero più piccolo, raccontare una storia mi faceva sentire più grande, più saggio anche. Mio nonno mi raccontava sempre delle storie sulla sua infanzia, sul paese in cui è nato, lo faceva tornare più giovane, diceva. Per un attimo, è vero, ti senti proprio immortale: mentre giovane e vecchio diventano concetti relativi; la storia diviene universale. E non solo tu ti sentirai immortale, ma renderai immortale la storia di cui parli. C’è un detto in Africa per cui, se tu racconti la storia di qualcuno, quel qualcuno rimarrà immortale. E non è un caso se in molte comunità e civiltà primitive divenire un cantastorie era visto come un rito di passaggio.

Quando ero piccolo il mio teatro era composto da un salotto, gli spettatori dai miei parenti e il palco da una sedia su cui salivo per raccontare una storia o una semplice poesia. E non serviva altro, non servivano oggetti o costumi di scena. Così come non servono a coloro che per strada nei paesi più poveri del pianeta ci raccontano la loro storia, vivida, piena di urgenza, folgorante. Lo stesso vale per i nostri nonni o genitori che ci raccontano le storie della nostra famiglia.

Alla fine un attore è come un cantastorie: devi trovare il modo per raccontare quella storia nel modo più personale e necessario possibile, a prescindere da quanto piccola sia la storia narrata. L’importante è che ogni personaggio sia sempre in relazione con ciò che accade realmente in scena e nel testo.

D’altronde, non esistono grandi ruoli o piccoli ruoli, esistono grandi attori e piccoli attori.

Bhe, in effetti, l’arte del racconto è proprio la forma più antica di comunicazione, educazione e ristoro (dallo sciamanesimo al villaggi primitivi fino ad arrivare al cinema e alla tv: quante volte ci vediamo davanti al monitor la sera, ci sdraiamo sul divano e ci diciamo: “stasera voglio guardarmi un film, mi voglio gustare la storia” – Mi succede spesso, anche un paio di ore fa, poco prima di scrivere questo post: che belle, le storie!

Credo che come attori abbiamo l’onore e l’onore di portare avanti questa tradizione bellissima e necessaria. L’Uomo ha bisogno dei cantastorie e delle storie da narrare e ascoltare, così come ha bisogno di dare e ricevere amore. Il mondo ha bisogno di storie, i bambini hanno bisogno di storie, tutti noi abbiamo bisogno di storie. Raccontiamocele. Ma per fare questo bisogna essere preparati. La preparazione è la chiave per una buona interpretazione, sempre e comunque. Non c’è creazione nell’assenza di preparazione.

 

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