Teatri a teatro: metafore e fiori

Ho appena finito di mangiare della frutta, il cielo è blu, qualche nuvola passa sopra la mia testa e mi saluta, guardo le piante e mi sorprendo pensando ad una scena di Totò e Peppino vista qualche giorno prima in tv, mi viene in mente Heidelberg e la philosophenweg e in testa ho una domanda che si insinua tra i rami di questo piccolo parchetto che ho davanti agli occhi: esiste il teatro?

Mmm … c’è Caronte, un vento caldo che traghetta noi povere anime affannate verso l’afa e un torrido week-end con le ascelle pezzate e la gola secca. Un fiore cade dalla pianta, si posa a terra, una bambina passa e senza accorgersene ne schiaccia i petali. Ecco, penso, il teatro

 è come il fiore. O meglio i teatri sono come i fiori. Sì, i teatri. Non esiste un solo teatro, non esiste un solo modo di fare teatro, ne esistono tante qualità e specie, proprio come i fiori. C’ è la rosa, la ginestra, ci sono i ciclamini, le violette … ogni fiore ha il suo profumo, i suoi colori, la sua magia. Così è per il teatro. Ogni giorno (potenzialmente) nasce e muore un nuovo teatro. C’è il teatro di Artaud, di Grotowski, di Eleonora Duse, di Carmelo Bene, di Pinco Pallo e di Ciccio Baciccio. Ognuno ha il suo teatro. Io ho il mio. Qual è il tuo teatro?

E i teatri, proprio come i fiori, possono seccarsi. Ogni teatro che non tocca il cuore e non fa riflettere è un fiore secco. Ogni teatro vivo, re-inventa il teatro e muore con esso. Per questo si dice che ogni vero artista, ogni vero teatro ha molti padri e nessun figlio. Il teatro è bastardo dentro.

Ogni artista mette in scena una sorta di metafora della propria vita e della propria condizione politico-sociale in quello specifico momento in cui scrive, suona o disegna, o mette in scena un personaggio. Le metafore sono importanti. Le culture precedenti alla nostra ne erano piene. Le metafore sono il ponte sospeso tra il mondo reale e il mondo immaginario e visionario. Sono il punto di contatto tra realtà e illusione. Più metafore per tutti, dovrebbe dire un neo Ministro della Cultura…ops pardon, per i Beni e le Attività Culturali…dovremmo fare una spending review anche sulle parole!

I teatri che piacciono a me sono quelli che fanno piangere, che fanno riflettere, che ti danno un colpo al cuore ed uno allo stomaco, e che fanno ridere, anche. Amo i teatri che non si sono dimenticati della loro funzione catartica, dove non riesci a separare nettamente odio e amore, piacere e sofferenza, sintesi divina della vita che ci circonda. Amo quelle scene che commuovono, che ti muovono dentro, che ti trascinano in un mondo “altro”, ma che tanto “altro” non è, perché parla esattamente di te, di noi.

In questo ultimo periodo sto leggendo e rileggendo Shakespeare, e sì, come dice Jan Kott, il buon vecchio Guglielmo è, e rimane sempre, un nostro contemporaneo. Vivo, universale, unico, anche se parla di streghe, orsi polari e regni lontani (nel luogo e nel tempo). Quelle parole hanno un senso se ci mettiamo noi dentro, se condiamo quelle parole con la nostra vita, i nostri errori, i nostri veri dolori, le nostre vere passioni. E allora quello di Shakespeare diventerà un mondo “altro”, che fa piangere, che fa riflettere, che è meraviglioso. Il nostro mondo. Un mondo che ci farà crescere come individui, uomini, donne, società, nazione: quando si dice passare dall’arte alla politica in un attimo!

All’epoca di Shakespeare tutti andavano a teatro, puttane e faccendieri, nobili e commercianti. Oggi chi va più a teatro? Per lo più teatranti. È cambiato il pubblico, è cambiato il mondo da allora, certo. La società si è via via spettacolarizzata, lo stupore ha sempre meno spazio nella vita di tutti i giorni. Nei secoli precedenti lo stupore era veramente all’ordine del giorno: i maghi, le streghe, l’uomo nero “esistevano”, c’erano, erano presenti per le vie della città e li potevi incontrare … davano un respiro verticale all’esistenza di un uomo. Ora tutto è più orizzontale, meno trascendentale e con prospettive, di conseguenza, meno affascinanti. Anche i desideri oggi sono molti più orizzontali che verticali …

Di conseguenza è cambiata l’arte, sono cambiati i teatri, è cambiato il cinema, la tv, la musica. L’arte si deve rinnovare con il mondo che cambia. Non deve perdere il suo punto fondante però, l’arte è fatta da uomini per gli uomini, deve parlare al cuore e allo stomaco. Non tanto al cervello, altrimenti sarebbe solo una mera lettura critica. I testi teatrali, gli spettacoli teatrali, non sono altro che studi per esseri umani, con una loro estensione (spaziale e temporale) e una loro intensità (emotiva). Si ha bisogno quindi di orizzontalità e verticalità di prospettiva. Orizzontalità nel senso di cercare di raggiungere con la propria arte più persone possibili, verticalità per cercare di portare oltre queste persone, verso qualcosa di più grande, di più nobile, di più alto. Come Totò e Peppino, in un certo senso, come quella scena accennata all’inizio.

Ogni studio, ogni scena, ogni pezzo d’arte nasconde una sua verità, ma solo quando è uno studio realizzato con sincerità, con passione e con artisti hanno voglia di mettere in gioco realmente se stessi. Altrimenti può anche essere un bellissimo spettacolo, molto bello nella forma, ma che è povero di vita, come un fiore secco senza linfa.

Se poi sarà un bel fiore vivo, bello, profumato e poi passerà una bambina distratta che ne calpesterà i petali, beh, non preoccupiamoci, quella bellezza sarà notata da qualcuno prima o poi. Anche fosse solo l’ultimo degli stupidi, seduto su una panchina che sotto il sole caldo di luglio pensa a Heidelberg e alla philosophenweg.

Dedicato a tutti quei bravi artisti che conosco e che fanno questo tipo di lavoro, vivo e vitale. A loro la mia più grande stima.

Buon Caronte  a tutti!

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